La recensione de L’ombra del tempo passato di James Islington, primo volume della Trilogia di Licanius!

La nostra recensione de L’ombra del tempo passato, il primo volume della Trilogia di Licanius di James Islington, pubblicato da Fanucci Editore. Firmata per noi dall’autrice de La Rosa Bianca, Barbara Poscolieri.

La recensione de L’ombra del tempo passato di James Islington

Primo volume della Trilogia di Licanius, ecco la recensione de L’ombra del tempo passato, il romanzo di James Islington di cui vi abbiamo parlato recentemente e che potete acquistare su Amazon. Il libro si presenta bene: casa editrice di primissimo livello (Fanucci Edizioni), cover pazzesca, lettori entusiasti che innalzano un coro di ovazioni su siti e social dedicati al fantasy. Le premesse per una grande saga ci sono tutte.

Licanius: tra Auguri, Talenti e Ombre

La storia parte in una scuola per giovani dotati di magia, i Talenti, nel più classico stile young adult. Non pensate però a una scuola tipo Hogwarts perché qui non ci sono lezioni o materie (o, se ci sono, non vengono mostrate), ma si impara a usare la magia-Essenza e a rispettare i Canoni, ossia le leggi che la regolano. Non si tratta di leggi naturali, ma di imposizioni stabilite dopo l’ultima guerra, secondo le quali l’Essenza non può essere usata per fare del male alle persone comuni. Al termine del percorso nella scuola, una prova stabilirà chi potrà essere nominato un vero e proprio Talento e chi invece, in caso di fallimento, sarà costretto a diventare un’Ombra, ossia un reietto marchiato a vita a cui vengono prosciugati i poteri.

Le Ombre finiscono ai margini della società, scansate sia dalle persone senza magia sia dai Talenti. Non che questi ultimi godano di privilegi tra i non magici: l’altro nome con cui sono chiamati è “feccia”, vengono malmenati e sono costretti a portare le Pastoie, una sorta di manette che impediscono l’utilizzo dell’Essenza.

Tra coloro che devono affrontare la prova c’è Davian, un ragazzo che si dimostra subito incapace di usare l’Essenza. La sua sorte sembra essere segnata, con buona pace dei suoi amici Wirr e Asha. Ma la notte prima della prova arriva la spiegazione per la sua incapacità: Davian non può usare l’Essenza perché non è un semplice Talento, ma un Augure. Gli Auguri erano uomini tanto potenti che un tempo venivano considerati alla stregua di divinità e perciò governavano Andarra, il mondo nel quale si svolge la storia. A rivelargli la sua identità è uno degli Anziani della scuola, che lo informa anche che il Confine a Nord sta cedendo, esponendo Andarra all’orda di mostri al di là di esso. Davian e il suo amico Wirr lasciano quindi di nascosto la scuola e partono per il Confine nella speranza che i poteri da Augure di Davian possano risolvere la situazione.

L'eco del tempo futuro di James Islington
Le avventure di Davian continuano ne L’eco del tempo futuro di James Islington

La recensione de L’ombra del tempo passato

Una trama inutilmente articolata e personaggi di poco spessore

Da questo inizio piuttosto semplice parte una storia che vorrebbe essere ampia e complessa ma che finisce per essere inutilmente articolata. Non tutti gli eventi che accadono sembrano necessari e la sensazione è quella di essere condotti a fare il giro largo perché la via diretta o è troppo corta o di scarso interesse. A questo scopo sembrano a volte essere inseriti accadimenti e nuovi personaggi, la cui presenza non sempre appare giustificata. Anche perché di altri personaggi davvero non si sente la necessità visto che persino i protagonisti non brillano in caratterizzazione. Davian, Wirr e Asha si differenziano infatti più per la collocazione che viene data a ciascuno nella storia che per le loro identità individuali. Nemmeno la magia, che pure dovrebbe differenziarli trattandosi di un Augure, un Talento e un’Ombra, riesce a caratterizzarli in modo adeguato. Solo per un breve tratto Davian sembra uscire dall’anonimato e lo fa mostrando la cosa più interessante di tutto il romanzo: il potere di muoversi nel tempo.

La magia degli Auguri e dei Talenti

Non si può dire che con la magia venga fatto un lavoro più approfondito rispetto a quello sui personaggi. Il concetto di Essenza è semplice e nella sua semplicità funziona: si tratta dell’energia vitale, un potere che può essere attinto da se stessi e usato per fare un po’ tutto. Può curare, lanciare fasci di luce, accendere fuochi, far muovere cose. Islington non ci mostra tutte le sue potenzialità, un po’ perché tra Canoni e Pastoie sono più le volte che i Talenti non possono usare l’Essenza che quelle in cui la usano, ma proprio per la semplicità della magia non è difficile immaginarne gli utilizzi, ammesso che l’energia vitale sia sufficiente.

Ancora più potente è la magia degli Auguri, che segue lo stesso semplice concetto dell’Essenza: si attinge all’energia vitale. Tuttavia, a differenza dei Talenti che attingono solo dalla propria, gli Auguri possono attingere da tutto ciò che li circonda. Il che significa che possono fare ogni cosa. Via libera allora! Invisibilità, divinazione, lettura del pensiero, mutaforma e, appunto, viaggio nel tempo. Di per sé questa pluripotenzialità non è di difficile comprensione perché se ho a disposizione un’energia magica illimitata posso immaginare di poter far prendere alla magia qualunque forma. Il problema quindi non è la credibilità, semmai è la dose di energia necessaria per fare queste cose e quella purtroppo non è quantificabile. Per i miei parametri per muoverti nel tempo anche solo di un secondo dovresti prosciugare l’energia di tutto il pianeta, ma evidentemente per i parametri di Islington ne basta molta meno. Manca un metro di paragone quindi su cui settare la magia per potersi muovere agilmente sulla scala della sua potenza.

Eppure, nonostante l’importanza di questo fattore, non ritengo sia il più rilevante in un romanzo (lo sarebbe in un gioco). Il limite di questa magia, dal punto di vista narrativo, è che buttare tutto nella pentola fa un po’ troppo l’effetto minestrone. Distratti dalla grandiosità del sapersi muovere nel tempo, si perde l’altrettanta grandiosità del potersi rendere invisibili o del poter cambiare aspetto o del saper leggere nella mente altrui. Se tutto diventa possibile così facilmente, allora nulla più è eccezionale. Ed è la mancanza di eccezionalità che annienta la magia. Quella che deve arrivare al lettore.

La luce del tempo presente di James Islington
Le avventure di Davian continuano ne La luce del tempo presente di James Islington

L’equivoco sull’ambientazione de L’ombra del tempo passato

Per qualche ragione che non sono riuscita a comprendere tuttora che scrivo la recensione de L’ombra del tempo passato, prima dell’effettiva uscita del libro si era sparsa la voce che l’ambientazione di questo fantasy attingesse a piene mani dall’Antica Roma. Forse l’equivoco nasce dal termine scelto da Islington per i suoi superuomini: gli Auguri (con l’accento sulla a) erano in effetti gli interpreti del volere divino tra i Romani, una sorta di aruspici che invece di insozzarsi con le interiora guardavano beati il volo degli uccelli. Sembra però evidente che l’autore abbia preso in prestito solo il termine latino, dando poi ai suoi Auguri tutta un’altra dimensione. Che con Roma, i Romani, la loro mitologia e quell’ambientazione non ha nulla a che vedere.

Se non è romana, allora com’è l’ambientazione della Trilogia di Licanius? Direi che non è qui che vanno ricercati i pregi di questo fantasy. La storia si svolge infatti in un mondo fantastico, dove esiste la magia, ma che non spicca in originalità in mezzo ai tanti altri mondi fantasy di cui si è già letto e già visto. Non che questo sia di per sé un problema: ambientazioni come Menzoberranzan (R.A. Salvatore) o Bass-Lag (China Miéville), solo per citarne un paio, restano impresse per le loro caratteristiche peculiari, ma il classico medioevo fantastico ha fatto da sfondo a opere grandiose, basti pensare alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin, al Ciclo dei Drenai di Gemmell o a quello di Excalibur di Cornwell. Non è quindi una nota di demerito sottolineare quanto l’ambientazione di Licanius si discosti poco dagli stereotipi classici del genere, ma se siete lettori a cui piace farsi sorprendere da mondi fantastici qui difficilmente resterete a bocca aperta.

Narrazione e stile di scrittura

Se un’ambientazione classica non giustifica la bocciatura, può farlo una scrittura mediocre. Non che il romanzo sia scritto male. Non siamo di fronte a errori ma a scelte narrative non ottimali, che non valorizzano la storia. Piuttosto ne soffocano le potenzialità e appiattiscono il ritmo. Quest’ultimo aspetto è quello che può spiegare la noia che a tratti mi ha riservato la lettura. Non è una noia di contenuti, sebbene abbia già parlato dei limiti di personaggi e trama, ma è una noia stilistica.

Così come la sua ambientazione, Islington non ha una voce particolarmente originale o caratteristica. E proprio come sopra, non gli si può dare la croce per questo. Una voce azzeccata può fare la fortuna di un autore, fantasy ma non solo, mentre non averla non significa non avere neanche una buona scrittura. Il problema perciò non è questo, non è la non riconoscibilità di Islington nel panorama della narrativa internazionale. Anche perché leggere una traduzione non è come leggere in lingua originale, va detto. Il problema è proprio a livello di resa narrativa, di immagini trasmesse e delle modalità scelte per farlo.

È emblematico in questo senso l’esempio che ci forniscono i dialoghi e le descrizioni della gestualità e delle emozioni dei personaggi mentre parlano. I conversanti si accigliano in continuazione, fanno smorfie, trattengono il respiro, scuotono teste e scrollano spalle, quasi che l’autore senta la necessità di ricorrere a una gestualità stereotipata per rafforzare il messaggio sul loro stato d’animo. Il risultato è però un insieme di parole vuote. E le parole vuote annoiano. Per questo parlo di noia stilistica nella recensione de L’ombra del tempo passato, perché il problema che ho percepito non è né nella scena in sé né in ciò che i personaggi si dicono, ma nel modo in cui il tutto viene raccontato.

Può forse sembrare un’inezia, ma se a questa uniamo una magia senza eccezionalità, un’ambientazione non originalissima, una trama poco convincente e personaggi di poco spessore, allora l’inezia diventa un macigno.

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